Quando un Paese abituato a mesi di rialzi a doppia cifra vede l’inflazione mensile scendere al 2,8%, la tentazione è parlare di svolta. In Argentina, però, questo numero racconta solo metà della storia: la frenata dei prezzi è reale, ma il costo del cibo continua a mordere i redditi, soprattutto delle famiglie urbane e dei lavoratori informali.
Dal crollo del peso alla “normalizzazione”: cosa c’è dietro il 2,8%
La discesa al 2,8% mensile di dicembre 2025 arriva dopo un biennio in cui l’Argentina ha conosciuto iperinflazione strisciante, con picchi mensili oltre il 20% e un tasso annuo che ha sfiorato il 200% nel 2024. Il nuovo governo ha puntato su un mix di stretta monetaria, taglio dei sussidi e forte rallentamento della spesa pubblica, rafforzato da accordi con il FMI e misure per stabilizzare il cambio.
Questa combinazione ha colpito la domanda interna, raffreddando parte dei rincari. I prezzi dei beni durevoli e di alcuni servizi regolamentati hanno rallentato, creando la sensazione di una “pausa” inflazionistica. Tuttavia, nel paniere reale delle famiglie, il capitolo alimentari e bevande ha ripreso a correre, spesso sopra la media generale, riportando il cibo al centro dell’angoscia quotidiana.
Per capire il quadro, contano alcuni elementi-chiave:
- Inflazione annua ancora sopra il 130%, quindi il 2,8% è un rallentamento, non stabilità.
- Salari reali erosi: molti contratti non recuperano le perdite cumulate del 2024.
- Povertà urbana in aumento, con più famiglie che dipendono da mense popolari.
- Prezzi alimentari più volatili di energia e affitti, più esposti a clima e cambio.
Quando il carrello pesa più dell’indice: il ritorno del cibo come emergenza sociale
Nelle statistiche ufficiali, il cibo è una componente tra le altre; nella vita quotidiana, per chi guadagna poco, arriva a pesare oltre il 50% del budget mensile. In queste settimane, prodotti di base come carne, olio, latte e verdure fresche hanno registrato aumenti mensili più alti del dato complessivo, erodendo subito qualsiasi beneficio psicologico del 2,8%.
Le famiglie reagiscono riducendo la varietà della dieta, spostandosi verso carboidrati più economici e tagliando proteine di qualità. Questo crea un doppio problema: da un lato malnutrizione e peggioramento della salute, dall’altro una domanda depressa per molti altri settori, che frena la ripresa economica. Il supermercato diventa così il luogo dove si misura la distanza tra numeri macroeconomici e realtà sociale.
Per chi osserva dall’Europa, il paragone più utile non è con la nostra fiammata inflazionistica del 2022, ma con una situazione in cui ogni mese il listino cambia e il concetto di “prezzo di riferimento” scompare. La conseguenza è una sfiducia cronica nella moneta locale: chi può si rifugia nel dollaro, chi non può cerca di spendere il prima possibile, alimentando un circolo vizioso che rende fragile ogni miglioramento.
Cosa può succedere nel 2026: stabilizzazione fragile e rischio “trappola alimentare”
Se il ritmo vicino al 3% mensile si mantenesse, l’Argentina entrerebbe in una fase di disinflazione graduale, ancora dolorosa ma più prevedibile. La vera incognita, però, è se il Paese riuscirà a sganciare i prezzi del cibo dalla spirale che combina shock climatici, costi logistici e instabilità del cambio.
Il 2026 potrebbe seguire due traiettorie:
- Stabilizzazione con aggiustamento sociale: accordi sui salari, mirati sostegni alimentari, politiche per calmierare alcuni beni base senza distorcere i mercati.
- Trappola alimentare: inflazione generale in calo, ma cibo ancora fuori controllo, con povertà e tensioni sociali che minano la tenuta delle riforme.
Per ora, il 2,8% di dicembre è un segnale che le politiche restrittive stanno producendo effetti, ma non è ancora una vittoria. Finché il carrello della spesa continuerà a crescere più velocemente degli stipendi, l’inflazione resterà, per milioni di argentini, meno una cifra nei report e più una minaccia quotidiana alla sopravvivenza.
